LettersToInter: Marco Materazzi, viaggio verso il Triplete | Inter

LETTERS TO INTER - MARCO MATERAZZI

A dieci anni dal Triplete, l'ex difensore nerazzurro ripercorre la sua avventura all'Inter con una lettera ai tifosi

Per me è sempre stata questione di vita o di morte. Ogni partita, ogni pallone.

Antipatico, per qualcuno insopportabile, anche fastidioso. Me ne hanno sempre dette di tutti i colori. Però lo sapete, sono così, lo sono sempre stato. Che sia una partita di calcio o una di ping-pong con i miei figli: perdere mi fa troppo male.

E quando ho perso non mi sono mai vergognato di piangere: aiuta a sfogarsi, a esprimere un sentimento. Le mie lacrime nerazzurre sono state di sconforto, di gioia, di affetto, di disperazione. Di gloria. Il mio viaggio all’Inter è stato come un giro sulle montagne russe. Montagne russe dolci: qualche scossone, qualche avvitamento, salite ripide, picchiate verso i trionfi.

Marco Materazzi esulta mostrando il suo nome sulla maglia dopo aver segnato il gol del momentaneo 1-4 nel derby con il Milan del 2006/2007

Ho pianto il 5 maggio, ho pianto dopo l’euro-derby, ho pianto quando Giacinto ci ha lasciati, ho pianto quando abbiamo vinto tutto, ho pianto quando stringendo José sulla mia spalla gli dicevo: "Resta".

Scrivendo queste righe mi sembra di essere di nuovo su uno di quei sedili delle montagne russe. E allora allacciate le cinture, ci rifacciamo il giro insieme.

Quando sono arrivato all’Inter ci ho messo pochissimo a capire che qui sarebbe stato diverso. Tutto quello che ho fatto in maglia nerazzurra mi sento che sia valso doppio: "Contro tutti e contro tutto".

L’abitudine alla sofferenza io l’avevo allevata già da piccolo.

Mio papà faceva l’allenatore, quindi lo seguivamo nelle varie città. Questo vuol dire che, ogni volta, dovevo salutare gli amici e ricominciare da zero, a scuola e nelle partitelle. Mi sono conquistato tutto un passo per volta, anche con fatica, su campi difficili.

Quando mi chiedono quanto pesasse il pallone del rigore calciato ai Mondiali o quello dello Scudetto a Siena, rispondo sempre così: io ho sempre vissuto portandone con me due, di palloni. Sotto un braccio avevo il Super Tele, quello della leggerezza e della spensieratezza, quello dei primi calci e delle traiettorie imprevedibili. Sotto l’altro braccio quello di cuoio, pesante: quello da adulto, delle responsabilità che ho imparato a prendermi. Andavo al campo a vedere le partite dei più grandi, facevo anche il guardalinee pur di stare lì, vicino all’azione. Ogni pallone calciato è stato un mix di tutte quelle cose.

Siena, 2007. Avevo detto a mia moglie e ai miei figli: "Tranquilli, vi riporto lo Scudetto". Mi vengono i brividi quando rivedo l’esultanza dopo il primo gol, quell’abbraccio con il mio amico Dejan. Lui, però, il mio rigore (battuto due volte) non lo ha guardato. Ma non lo avrei sbagliato: lì doveva iniziare il nostro percorso. Ricordo che dopo quella partita furono le parole di Nicola Berti a farmi sentire orgoglioso e felice: disse che ero il suo erede perché incarnavo i sentimenti degli interisti.

 

Forse però una cosa ancora più interista l’avevo già fatta. Estate 2006, Giacinto era già malato. Lui per me è stato un papà, un fratello, un amico. Mi capiva, anche nei momenti più difficili. Man mano che andavo avanti con l’Italia verso la finale di Berlino gli scrivevo: "Ti aspetto, devi venire a vedermi", ma sapevo che sarebbe stato impossibile. A fine agosto gli avevo promesso: "Vengo a trovarti in ospedale e ti porto la Supercoppa". Vincemmo 4-3 contro la Roma, mi presentai da lui con il trofeo. Quel giorno erano venuti a prendergli l’impronta del piede per il Golden Foot: lo aiutai ad alzarsi, si appoggiò a me mentre veniva preso il calco. Morì qualche giorno dopo.

Non potevo non parlare di Giacinto. Ora, però, nel nostro viaggio sull’ottovolante nerazzurro andiamo in picchiata verso il 2009/2010. E per farlo prendo la rincorsa da lontano, da Pasadena, dall’amichevole Chelsea-Inter. Perdemmo 2-0, ma capii che qualcosa stava nascendo. Mandai il famoso SMS a Eto’o, anche se lui non aveva il mio numero: "Se vieni all’Inter, vinciamo tutto".

A proposito di messaggini sul telefono. Spesso arrivavano quelli di Mourinho: era il suo modo per tenerci tutti sulla corda, ci sentivamo tutti presi in considerazione, anche chi giocava di meno. La tensione, in allenamento, era sempre alta. Ogni seduta era una piccola guerra nella quale tutti davano il massimo.

Sapete qual è stata la svolta, in quella stagione? La sconfitta per 3-1 a Catania. Ragazzi, sento ancora le urla di José, ci ha distrutti! Dovevamo andare a Londra per Chelsea-Inter, sapevamo che poteva finire tutto nel giro di qualche giorno. E invece...

Un altro momento tostissimo è stato il 2-2 di Firenze. Però mentre tornavamo a Milano cercavamo una sfumatura di positività: "Dai che magari alla fine questo punto peserà". E sì, è pesato anche quello.

A Barcellona ho rotto la panchina, ma giuro, non l'ho fatto apposta. Ho visto Messi accentrarsi, andare sul sinistro, far partire quel tiro: Julio è scattato come una molla, e io pure. Ho fatto un salto e dato una botta involontaria così forte...

Roma, Lazio-Inter 0-2. Mentre la partita stava per finire mi si avvicina Mourinho: "Marco, ti va di giocare la finale di Coppa Italia?". Sorrido ancora al pensiero: c’era qualcuno che avrebbe risposto di no? Dopo il match ho iniziato un allenamento sul campo dell’Olimpico tra i più intensi della mia vita, la finale con la Roma ho iniziato a giocarla tre giorni prima... E che battaglia che è stata!

E poi Madrid. Anche in questo caso Mourinho era stato chiaro nel spiegarmi che Cordoba era più adatto a subentrare contro il Barcellona, che avrebbe messo Bojan a partita in corso, mentre io dovevo tenermi pronto per il Bayern, con il possibile ingresso di Gomez. Quindi sapevo che avrei giocato: 10 minuti, uno, 10 secondi. Non era importante quanto, era fondamentale però come ci siamo arrivati, tutti.

Marco Materazzi solleva il trofeo della Champions League allo Stadio Bernabeu di Madrid dopo la finale Bayern Monaco-Inter 0-2

Io volevo si chiudesse il cerchio, era come se il giro sulle montagne russe dovesse finire con l’evoluzione più bella. Mi chiedono sempre tutti di quella finta di Milito, se la preparasse in allenamento: è semplice, Diego aveva quell’uncino... tu sapevi che ti avrebbe puntato e te l’avrebbe fatto, ma non gliela prendevi mai. La nostra gioia è stata anche e soprattutto quella di Moratti, felice come un bambino.

E noi avevamo grande voglia di volare subito a Milano da voi, che ci aspettavate a San Siro, ma Pandev all’anti-doping ci mise una vita... Quindi se avete aspettato fino all’alba, beh dovete prendervela con Goran!

Vi avevo parlato delle lacrime: spesso i bambini piangono per la paura, prima di salire su una giostra che va a tutta velocità. Poi quando sono a bordo, non vogliono più scendere. Io ho vinto il Mondiale, che per me vale come 10 trofei. E con l’Inter ho vinto tutto. Ma il segreto è stato proprio quello di non accontentarmi. Ancora oggi ho il rammarico per quei cinque trofei che abbiamo lasciato per strada (le Coppe Italia, le Supercoppe Italiane, la Supercoppa Europea).

E poi perché vincere per i nostri colori è la cosa più bella che ci sia. Io mi sono sempre sentito un tifoso dell’Inter, ho preso tutta la forza del popolo nerazzurro e ho provata a metterla in campo. Voi spesso mi ringraziate per i successi, ma sono io che ringrazio voi: per il vostro appoggio, per la vostra passione.

È per voi che sono riuscito a realizzare i miei sogni, i vostri sogni.

Marco Materazzi


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